di Francesco Santoro.
La musica contemporanea ha sempre trovato un potente alleato nelle immagini. Molte hanno acquisito una fama tanto insperata quanto fuggevole, poche altre hanno strappato un posto all’immortalità. Il movimento rock, nei suoi primi vent’anni, ha promosso una mitologia iconografica assurta a modello estetico. Alla metà dei ’70, Springsteen s’imponeva quale archetipo di una sciatteria educata dai caratteri identitari, alcuni latenti, altri conclamati, riassunti per la copertina di Born To Run. Il look del giovane musicista combinava scampoli di passate stagioni e, inconsciamente, ne introduceva una alle porte. Ma, nel nitido contrasto tra il bianco e il nero, davvero tutto è stato svelato? L’interesse, tutt’oggi, ricade sul generale a scapito del particolare. Famosa, famosissima, la fotografia scelta Per volontà di Meola il set fotografico di Born To Run appare netto come un foglio candido su cui provare ad imbastire un racconto. Soggetti e scenario devono essere contaminati dal nero e al tempo stesso curati da un antidoto di bianco. Il fotografo decide di fissare quell’attimo in un “non luogo”, in un difetto dell’immaginazione, in un limbo accessibile solo al sogno. E’ un party a numero chiuso che rende la fotografia insolita, astratta com’è da qualsiasi contesto scenografico, calata in una realtà a se stante. Qui ad attrarre lo sguardo sono i dettagli, compresi quelli della chitarra, oggetto inanimato che più vivo non potrebbe essere. Un pezzo di legno che ha imparato a parlare e che, nel testo di Thunder Road, si ritaglia versi magari pretenziosi ma messaggeri di un finale catartico. Springsteen e la sua “dannata chitarra” (come usava apostrofarla Douglas, suo padre) delineano non tanto la puntuale sinossi quanto la perfetta idealizzazione dell’album. Difficile poterne immaginare il postulato a prima vista, ma copertina e contenuto saldano elementi che sorreggono una tesi unica. Tra proclami e dilemmi si inneggia al rock‘n’roll salvifico e rivoluzionario dei primordi. Indizi, mescolati tra particolari figurativi e dettagli compositivi, si combinano: Presley sorride sulla spilla celebrativa di un club di ammiratori newyorkesi, Roy Orbison è menzionato in prima battuta e Bo Diddley è celebrato ogni qual volta rimbalza la sequenza di “mi” e “la” in She’s the One. Ma tutte queste cose sono note, nonché meglio approfondite su centinaia di testi scritti con la massima accuratezza. A sorprendere è una peculiarità di quella chitarra. Una parte ben visibile ma al riparo dietro corde che sono rifugio e al contempo motivo di evidenti graffi. Quella foto ha quasi certamente decuplicato le vendite della Fender e ha garantito l’immortalità alla prima decente chitarra solid-body della storia. Ha fatto sbavare migliaia di teen-ager e di sicuro è stata preda di numerose imitazioni, eppure non tutti si sono soffermati ad osservare il battipenna. E il riferimento non riguarda il tizio, figura solitaria rintanata in una backstreet, che s’intravede tra una corda e l’altra. Sicuramente l’enigmatica “immagine nell’immagine” George Orwell asseriva che “ci vuole uno sforzo costante per vedere cosa c’è sotto il proprio naso”. Nulla di più vero. Cuoio. Il battipenna è in cuoio. Quella Fender è agghindata con della pelle nera. Una scelta che conferisce personalità ad una chitarra che, con tutte quelle storie sulle sue parti assemblate, favorisce il riscatto dell’ibridazione sull’ordinarietà di strumenti rimasti inviolati. Ma di ordinario in una chitarra che si rispetti, non vi è mai traccia. C’è sempre una minuzia che la rende unica, una tipicità che la Le informazioni circa la provenienza del battipenna con le miniature sono incerte, ma risulta nota la destinazione ultima. Non è dato sapere, infatti, se è stato acquistato o commissionato dal ragazzo del New Jersey. Di sicuro si sa che è finito nelle mani di tale Ed Kosinski, collezionista (di memorabilia rock, in generale, e di Springsteen in particolare), collaboratore per la Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland ed esperto chiamato a verificare l’autenticità degli autografi delle rockstar. Degno di nota è anche un altro particolare, assente dalla copertina di Born To Run, ma allacciato (è proprio il caso di dirlo) al concept promozionale dell’album. Quella delle scarpe è metafora ampiamente utilizzata per celebrare il concetto di chi è “Nato per correre”. Difficile azzardare la congettura che individua in questa campagna pubblicitaria una nuova consuetudine, poi imitata un po’ dappertutto e in serie. Innegabilmente il book fotografico di Meola impone un assioma arrivato fino ai giorni nostri: due Converse lo-top penzolanti significano “Born To Run”, dicono Bruce. Backstreets “la più grande comunità mondiale di fan di Springsteen”, ad esempio, rappresenta nel proprio logo quelle sneaker. Sneaker diverse l’una dall’altra. Una stramba usanza che il ragazzo adottava non solo sul set fotografico ma anche on stage. In più di una foto si può notare la differenza tra quella che sembra la classica All Star modello Chuck Taylor (anche se le tre strisce oblique ricordano il marchio Adidas) e quella che rassomiglia ad una Converse Jack Purcell. Chissà, magari atteggiamenti insoliti come questo, insieme ad altri, possono aver indotto il precipitoso Jay Mernicky – dirigente della CBS all’epoca di Born To Run – a dichiarare che “Springsteen è un vero bluff”, “un drogato” beneficiario di una reclame ipertrofica e immotivata. Ma anche se anomali, quelli erano modi di fare propri di un venticinquenne un po’ guascone, nonché di un musicista esposto all’obiettivo. La storia ha poi emesso la sua sentenza, convalidata da una carriera che di anni è arrivata a contarne 40 e che, proprio con le musiche di Born To Run ha preso il largo. Ma quell’album ha trovato un potente alleato in una pellicola in bianco e nero. Non si potranno mai slegare qualità espressa dalle otto tracce e valore aggiunto di una copertina che ha avuto il pregio di eternare la magia di un momento. Irripetibile. E davvero non importa se non è un capolavoro dell’arte fotografica. Si potrebbe affermare, parafrasando Springsteen stesso, che non è una cover bellissima ma, hey, per i fans va benissimo così.
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